• Andrea Devicenzi

    Performance Coach & Paralympic Athlete

Chi sono


Mi chiamo Andrea Devicenzi, sono Coach e Atleta, appassionato di Sport ed avventure al limite. Sono sposato con Jessica ed ho due meravigliose bambine, Giulia e Noemi.

All’età di 17 anni un grave incidente motociclistico mi ha causato l’amputazione della gamba sinistra. Un evento tragico che ha cambiato la mia vita per sempre.

"Se n’è andata una gamba
ma non la voglia di vivere
ogni giorno della mia Vita
al massimo delle mie possibilità."

Blog

  • “Il futuro non è altro che la conseguenza di azioni che mettiamo in campo oggi” Sarebbero tantissime le frasi ed i messaggi che vorrei scrivervi, letti sul libro “la giusta dimensione” di Andrea Bettini, ma preferisco lasciarvele scoprire leggendolo. Una storia incredibile di resilienza, cambiamento, innovazione, adattamento della famiglia Zordan di Valdagno (VI). “Far nascere un’attività è molto di più di qualcosa di simbolico. E’ come se si volesse testimoniare che ciò che si fa è ciò che si è”. Cambio di testimone dunque per dedicarmi alla lettura di “12 regole per la vita – Un antidoto al coas” di Jordan B. Peterson. – Stai bello dritto, con le spalle all’indietro – Dì la verità, o almeno non mentire – Lascia che i ragazzi facciano skateboard Tocca a voi scoprire il resto. Buona lettura

  • “la differenza come valore aggiunto” Questo il titolo del corso di formazione e aggiornamento dedicato ai professori e professoresse di tutta Italia, in collaborazione con il MIUR e SportEduca. 8 ore di formazione in cui l’ascolto, la comunicazione, l’interazione tra prof di tutta Italia, ci portano a migliorare la qualità professionale e di vita. Un progetto/sfida che mi è stata proposta e che ho accettato con entusiasmo, assumendomi alcuni rischi come argomenti proposti ma che stanno riscontrando notevoli consensi, tanto che ora lo sto proponendo anche alle aziende. Un corso svolto in modalità coach e dunque partendo dal presupposto che dentro ad ognuno di noi, rimane e c’è sempre qualcosa da scoprire, soprattutto quando parliamo di una categoria così vicina ed importante per i nostri giovani. Lavorare si sulla formazione e crescita con l’acquisizione di nuove informazioni, ma anche sulla “persona”.

  • Questa domenica di aprile, alle 6,30 circa, si è aperta con la lettura di questo articolo di Paolo Panni pubblicato sul sito www.oglioponews.it Una partenza mattiniera di riflessione e lettura, seguita da una passeggiata e da una nutriente ed energetica colazione. Mi auguro possa lasciare in voi le stesse emozioni e riflessioni. Buona domenica.   L’eremita e il deserto pasquale del Po Il giorno di Pasqua ho camminato, ancora una volta, tra le vie deserte e desolate del paesello. Mi sono fermato ad osservare, a lungo, i tavoli dei locali vuoti con le sedie accatastate. Un giovane intervistatore, un giorno, rivolgendosi a un vecchio monaco chiese: “cosa fate tutto il giorno rinchiusi tra le mura del vostro convento?”. Ambizioso com’era sperava di pubblicare, a breve, un ampio e interessante servizio dedicato agli ipotetici segreti della clausura e dei sacri corridoi. Il religioso, molto composto, gli rispose: “cadiamo e ci rialziamo tutti i giorni”. L’intervistatore restò allibito, un tantino deluso di fronte a una risposta così sintetica e disse di non aver capito. Sperando in una spiegazione più esaustiva e ricca di particolari. “Lei ha capito benissimo” gli replicò invece il vecchio frate avvolto nel suo saio color ebano. Si riferiva, evidentemente, alla vita che ciascuno di noi, a ben pensarci, è chiamato a percorrere tutti i giorni, anche fuori dalle mura della clausura. La vita, per sua natura, è fatta di cadute di fronte alle quali sei sempre chiamato a rialzarti. Lì si cela la sfida, con tutte le mete da raggiungere. E’ una filosofia che, in tempi come quelli che stiamo vivendo, dovrebbe essere alla base della nostra quotidianità, di testimoni di una storia che, a modo suo, ciascuno di noi, da protagonista o da comparsa, sta vivendo e scrivendo, tutti i giorni. Ma purtroppo, oggi, a prevalere sono lo sconforto, la rabbia, la sensazione di impotenza, la rassegnazione. Sono e resto convinto del fatto che la pandemia più grande, tutt’altro che lontana, sarà quella dei depressi, degli esauriti, dei falliti. In estrema sintesi, quella dei caduti. Che non finiranno, con i loro nomi, sulla lapide di qualche monumento, come purtroppo non ci finiranno i tanti, troppi morti, che da più di un anno a questa parte, stiamo piangendo. Da questa ulteriore pandemia sarà ancor più difficile uscire, e non ci sarà vaccino che tenga. Il giorno di Pasqua ho camminato, ancora una volta, tra le vie deserte e desolate del paesello. Mi sono fermato ad osservare, a lungo, i tavoli dei locali vuoti con le sedie accatastate; le luci spente dei negozi e delle trattorie con le serrande abbassate; le panchine deserte, quasi a voler attendere un improbabile, improvviso ospite. Il silenzio rotto solo dal miagolio di un gatto solitario che ha attraversato sconsolato la piazza, dal canto lontano di un gallo intento a richiamare le sue galline, dal suono della campana della chiesa intenta a scandire il tempo. Sembrava di essere in un paese dal quale tutti erano fuggiti, all’improvviso. La stessa identica immagine di un anno fa, ma con sensazioni diverse. Perché se soltanto un po’ di mesi fa si facevano largo smarrimento e stupore di fronte a un fatto che, forse, nessuno avrebbe ipotizzato di dover vivere, oggi a sollevarsi, inevitabilmente, sono la stanchezza, lo sconforto e la rabbia. Nessuno ha più esposto quelle assurde lenzuolate con scritto “Andrà tutto bene” (irrispettose, a dir poco, dei tanti morti che ci sono stati e delle loro famiglie) e il parroco, alla messa di Pasqua, ha detto, senza girarci tanto attorno, che “è da più di un anno che siamo in Quaresima”. Come dargli torto? Il borgo è in silenzio, le serrande abbassate e coperte di ruggine; dalle finestre delle case sembrano scendere lacrime di autentico dolore. Siamo caduti, tutti. La lezione del saggio monaco, stavolta, fatica a far breccia. Avremo la forza di risollevarci? Raggiungo, un passo dopo l’altro, il mio fiume. Lui sì che ne ha viste di pandemie e di guerre, e da sempre accompagna, nel bene e nel male, le storie e le vicende dei nostri villaggi, di qua e di là dalla riva. Sulle sue sponde sono incise e scolpite storie di vita quotidiana, di fatiche, di gioie e di dolori, di lavoro e di quotidianità. Un grande libro di storia, narrata tra lanche e golene, pioppeti e spiaggioni. Anche lui, in magra quando dovrebbe essere in piena, e in piena quando dovrebbe essere in magra, nel suo languido e lento scorrere sembra osservare il destino dei suoi paesi. Sì, il pensiero va esattamente ad un anno fa. Quando gli incravattati dal deretano piatto, sostenevano che sarebbe stata questione di qualche settimana e poi sarebbero tornati gli abbracci e le strette di mano, come sempre. Un pronostico avventato, del tutto sbagliato, che oggi sa di presa in giro. Del resto sono gli stessi che, ad inizio 2020, in televisione e sui giornali ripetevano che in Italia non sarebbe arrivato nulla, non ci sarebbero stati problemi e invitavano a non diffondere allarmismi. Salvo poi smentirsi poche settimane dopo, chiudendo in fretta e furia tutto e tutti: ma ormai i buoi erano scappati dalla stalla, come si dice da queste parti. Non contenti, gli stessi incravattati dal deretano piatto, e pelato, un po’ di mesi più tardi, in autunno, chiedevano a tutti nuovi sacrifici “per salvare il Natale”. Che, alla fine, non è stato salvato. Poi, con una ripetitività disarmante e nauseabonda, dopo essere riusciti a litigare tra di loro per spartirsi qualche poltrona di velluto rosso, di nuovo hanno chiesto sacrifici natalizi, e da capodanno, per poterci riabbracciare tutti per Pasqua. Che, a sua vola, non è stata salvata e, quindi, si chiedono di nuovo sacrifici raccontando, e sperando di far credere, che siamo “all’ultimo miglio” come qualcuno ha osato incredibilmente dire, senza pensare alle tante previsioni che, una dopo l’altra, ha inesorabilmente e costantemente toppato in questo anno. Sono ben lontani i tempi di quell’idea di democrazia coltivata da Sandro Pertini, il presidente della Repubblica più amato di sempre, strettamente legata

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