
24 ore per 623,820 km
15 Settembre 2026C’è un prato enorme, in questa fotografia.
Erba alta, soffioni sparsi, luce morbida di una domenica sera di settembre.
Uno spazio senza confini, ma soprattutto, senza numeri.
Nel corso di tutte le ventiquattro ore precedenti, ogni metro attorno a me era stato misurato: un giro da 1.400 metri certificati, sedici settori cronometrati, tempi, delta, cadenze di pedalata, giri di margine scritti su una lavagna. Poi, alle 18 in punto di domenica 13 settembre, i numeri hanno smesso di contare e Alessia, pochi minuti dopo, ha scattato questa foto.
Quello appoggiato al legno sono io, avvolto in una coperta come si avvolgono i corridori dopo le imprese, con la testa piegata in avanti e gli occhi chiusi. Nessuna posa costruita ad hoc per lo scatto. In quel momento ero totalmente ignaro di essere fotografato.
Ciò che è stato immortalato, è semplicemente il corpo che si spegne da solo, dopo che la mente gli ha chiesto tutto quello che aveva. In ventiquattro ore avevo percorso 623,82 chilometri, migliorando tutti e dieci i record di Palma. Il corpo lo sapeva prima ancora che arrivassero le certificazioni: il lavoro era finito, è crollato in quel momento, sull’erba, come ci si addormenta solo nei posti di cui ci si fida.
Poi ci sono le mie stampelle, appoggiate nell’erba a mezzo metro da me. Per chi mi conosce, sa che quel dettaglio, vale l’intera fotografia. Le stampelle sono l’oggetto che mi porta nel mondo, ogni giorno, ormai da trentasei anni, ma in quel momento non servivano nemmeno loro: nessuno doveva più andare da nessuna parte.
Il titolo di questo articolo che da giorni pensavo di scrivere, non è mio, è di Romolo Stanco, l’architetto che ha progettato e costruito la bicicletta di questo record, e che raccontando la nostra ultima ora insieme ha scritto: “Dopo ventitré ore e mezza, con una gamba, senza più niente da dimostrare.” Stamattina, in ufficio con Fausto e Alessia, quando ho visto questa foto, ho capito che quelle parole avevano già trovato la loro immagine.
Guardandola, noto una cosa che sul momento non potevo vedere: quanto sono piccolo, lì in basso a sinistra, stretto in un angolo, con tutto quel mondo sopra di me. Bellissimo!!! I record passano, verranno battuti, è il loro destino e questo mi piace. Quello che resta davvero, di quelle ventiquattro ore, non sta nei numeri: sta nelle persone che a pochi metri da me, fuori da questa inquadratura, mi stavano lasciando riposare in silenzio, dopo aver costruito tutto questo insieme a me.
Sempre, un chilometro alla volta.





