Dopo i 10 Guinness World Records Indoor conquistati lo scorso anno sul velodromo di Palma de Maiorca, riparto per un’altra sfida ancora più estrema: percorrere 600 chilometri in 24 ore consecutive sull’anello di Arese, mai tentato al mondo da nessun atleta paralimpico.
Non è solo una questione di resistenza fisica.
Questi record sono la somma di ogni dettaglio: la potenza costante di 185 watt da mantenere per un giorno intero, la cadenza perfetta di 84 pedalate al minuto, l’assunzione di 65 grammi di carboidrati ogni ora senza mai fermarsi.
Scienza applicata al limite umano, dove ogni watt risparmiato, ogni battito cardiaco ottimizzato, ogni grammo di peso in meno può fare la differenza tra il record e il tentativo.
La preparazione è iniziata a novembre 2025 con una metodologia maniacale: monitoraggio costante della frequenza cardiaca a riposo, analisi della variabilità cardiaca, ottimizzazione della biomeccanica della pedalata monopodalica, test infiniti sulla nutrizione notturna.
Ogni allenamento viene misurato, analizzato, perfezionato.
La potenza, la cadenza, il recupero: nulla è lasciato al caso.
Prima di Arese, un’altra sfida titanica: il Tour dei 4 Elementi, 4000 chilometri attraverso l’Italia intera in 30 giorni, partenza prevista il 20 maggio 2026.
Sarà un test fondamentale per affinare la resistenza mentale, la gestione dello sforzo prolungato, la capacità di soffrire giorno dopo giorno mantenendo lucidità e determinazione.
Avrò 53 anni, a 36 anni dall’amputazione!
Questa non è solo una sfida sportiva, ma la dimostrazione che i limiti esistono per essere ridefiniti, che l’impossibile è solo una questione di metodo, preparazione e volontà incrollabile.
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Le notizie del progetto
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Sono passate circa quaranta ore da quando sono arrivato, e faccio ancora fatica a rendermi conto del numero che ho lasciato sul circuito de LA PISTA di Lainate: 623,820 chilometri. Lo scrivo e non mi sembra ancora del tutto vero. Il corpo è stanco, la testa è stanca e sono certo che più passerà il tempo, più riuscirò a tradurre in parole quello che ho davvero ho vissuto dentro quei chilometri. Per ora, provo a scrivere quello che riesco a pensare in questo momento. In queste ore, a occhi chiusi, sdraiato, mentre ripensavo a tutto quanto, mi è tornata in mente una parola sola. COSTRUIRE. Sì, proprio così: sento che questi dieci record li ho costruiti nell’anno, negli anni, sotto moltissime forme. Li ho costruiti in sella, prima di tutto, sull’argine maestro, a fianco del fiume Po, ore su ore, con la bici T-RED fatta su misura per me. Li ho costruiti ascoltando le interviste di chi aveva già affrontato prove simili tra le persone normodotate, cercando in quelle storie qualcosa da portare nella mia. Li ho costruiti con gli esercizi per irrobustire il corpo, giorno dopo giorno, nei mesi in cui la sfida sembrava ancora lontana. Ma soprattutto li ho costruiti insieme alla squadra che mi ha affiancato in tutto questo tempo. Con Fausto e Alessia, che hanno programmato, comunicato, cercato gli sponsor che hanno reso possibile tutto questo. Con Romolo ed Erica, che hanno costruito la bici in ogni suo dettaglio, pensandola intorno a me invece che adattando me a lei. Con Alessandro, giudice per la seconda volta dopo Palma de Mallorca dello scorso anno e con i ragazzi del mio progetto scolastico “Oltre l’Impossibile”, che in questi anni hanno condiviso con me un pezzo di strada e che ancora una volta erano lì. Tutto era perfettamente programmato e studiato. Dal primo metro in sella, io pensavo esclusivamente al mio corpo: all’andatura, ai watt, a giocare sulle traiettorie per ottimizzare ogni centimetro. A tutto il resto, ci pensava chi era al box, ognuno concentrato sul proprio compito, nessuno sui miei. È stata proprio questa divisione, questa fiducia reciproca, a portarci al traguardo. Io non avrei potuto pensare a tutto. Loro hanno pensato a tutto quello che io non potevo. Non è stato un percorso lineare, e non voglio raccontarlo come se lo fosse stato. Ci sono stati momenti difficilissimi, in cui arrivare al termine delle due ore che separavano una sosta dall’altra sembrava interminabile. In quei momenti è tornato, ancora una volta, il pensiero che mi accompagna da sempre, oramai diventato per me un mantra, “un passo alla volta”, solo che questa volta si è allargato, naturalmente, in “un chilometro alla volta”. Quello, insieme all’incitazione che arrivava a ogni giro da chi mi seguiva dal box, mi ha aiutato costantemente a intravedere la fine del tunnel, anche quando sembrava lontanissima. Adesso l’obiettivo è semplice, ed è il primo vero cambio di passo dopo mesi di programmazione millimetrica: recuperare appieno le forze, tornare in sella per allenamenti di recupero, senza nessuna finalità specifica. Solo il piacere di pedalare, e la cura della mia salute fisica e psicologica, quella che per mesi ho messo al servizio di un obiettivo preciso, e che ora torna a essere semplicemente mia. Nel frattempo aspettiamo da WUCA le distanze certificate ufficialmente, e poi festeggeremo una seconda volta, come si deve. Ma il grazie più grande, quello vero, va già da ora a tutte le persone che in qualche modo hanno contribuito a questo traguardo e sono davvero tantissime. Perché se c’è una cosa che questi 623,820 chilometri mi hanno confermato, è che la condivisione è l’unico modo per arrivare così lontano. Da soli, forse, si arriva. Ma non così lontano. E soprattutto, non così. FOTO di Marta Callegaro
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Mercoledì 2 settembre 2026 — Circuito La Pista, Arese Ci siamo trovati alle 8:30 all’ingresso del circuito La Pista di Arese, con tutta la squadra che mi avrebbe seguito nelle otto ore, ognuno con il proprio incarico. Io mi sono cambiato, loro hanno preparato tutto il materiale ed alle 9 in punto siamo partiti. Obiettivo: otto ore. Ultimo test importante prima del record. La temperatura alla partenza era perfetta per allenarsi ed eseguire una performance di alto livello. Protocollo delle soste, definito in ogni dettaglio: la prima sosta dopo tre ore, poi una ogni due ore, cinque minuti ciascuna. Cinque minuti in cui scambiavo tre chiacchiere con la squadra, mentre emergevano nuove idee, si scherzava, mangiavo il riso, mi rinfrescavo e soprattutto mettevo il ghiaccio dietro la schiena, in buste appositamente preparate. Arrivato alle 13:00, 13:30, a metà del test, pensavo che il momento più caldo fosse finito. La grande sorpresa è stata che da trenta gradi siamo passati a trentatré. Le ultime tre ore, fino alle 17, sono state molto sofferte, dal punto di vista fisico e da quello mentale. Ma il pensiero che fosse comunque un test, un’ulteriore preparazione a temperature che spero di non incontrare durante il record della prossima settimana, mi ha aiutato a leggerle per quello che erano: un’occasione per crescere ancora di più come atleta. Alla settima ora e un quarto è arrivato il momento più difficile. Un malessere importante mentre pedalavo, evidentemente un po’ di riso rimasto sullo stomaco, ma ha sprofondato in un qualcosa che pensavo irrimediabile. Fortunatamente, l’esperienza ha fatto la differenza: il lavoro di tantissimi anni sulla respirazione mi ha permesso, per circa mezz’ora, pedalando a 28 all’ora, di eseguire esercizi di respirazione mirati, digerire il riso e godermi davvero l’ultimo quarto d’ora, fino all’ottava ora, alle 17 in punto. I numeri finali: 218 chilometri, 27,5 km/h di velocità media, 105 watt medi. Penso di aver gestito al meglio queste otto ore. I 218 chilometri mi incoraggiano e molto probabilmente questo sarà il ritmo gara che mi vedrà ad Arese, supportato dalle ore che andranno dalle 18 alle 2 del mattino, con tanta riserva per poter affrontare le altre sedici. Poi, c’è l’energia del gruppo, bellissima, che mi aiuta a pensare a quanto saranno difficili quelle ventiquattro ore, ma che avrò al mio fianco le persone giuste. Mancano solamente dieci giorni. Appuntamento: circuito La Pista di Arese, sabato 12 settembre, con partenza alle ore 18 ed arrivo alle ore 18 di domenica 13. Vi aspetto. “L’impossibile non esiste. È solo ciò che non abbiamo ancora sistematizzato.” Sempre, un chilometro alla volta. SPONSOR: Progetti del Cuore, Borello, Pomì, Quixa, Vittoria, Katana, TOOT Engineering, T-Red, Coppini Arte Olearia, Tagliabue, Dama, Deda, Fizik, AVR, ANMIC Cremona, Dona di Slancio, Casalmaggiore.
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Altra sessione qui su La Pista di Arese, per preparare il nuovo tentativo di record sulle 24 ore in outdoor. È incredibile quanto, nonostante le esperienze passate importanti, se metti nel mirino di migliorare i mille aspetti che compongono un obiettivo, ci sia ancora da lavorare, impegnarsi, provare e sbagliare. Sempre. Ma soprattutto, quando rimanga fondamentale la squadra al tuo fianco, con le loro diversità, le loro competenze, i loro sorrisi. Il pomeriggio di oggi ad Arese, insieme a Matilde, Stefano, Marco, Romolo, Andrea e Leonardo, è stato esattamente questo: un laboratorio. Test fondamentali che, come atleta, mi hanno reso davvero orgoglioso, nel vedere quanto sapere ed entusiasmo, c’era nel box. Con i ragazzi che sono stati con me in tutti e tre i progetti di Oltre l’Impossibile, Islanda nel 2024, Cambogia lo scorso anno e Capo Nord quest’anno, abbiamo continuato a perfezionare i nostri cambi. Un dettaglio che sembra piccolo ma non lo è, tutt’altro: i passaggi di borracce, alimentazione e comunicazione sono uno degli elementi che decideranno il risultato finale. L’obiettivo dichiarato è eguagliare la distanza di Palma de Mallorca, 602,990 km, che dal punto di vista atletico, su un circuito outdoor con vento e dislivello reale, significherebbe essere migliorati come atleta e come team del venti per cento. In un solo anno. Un numero incredibile. Qualche passaggio è ancora da rifinire, ma il novantacinque per cento dei cambi è stato perfetto. Questo ci mette tranquilli per quello che ci aspetterà durante il record e ci ha permesso di analizzare in anticipo alcuni aspetti specifici delle 24 ore. Poi, insieme a Romolo e Marco, siamo passati alla parte più tecnica: i test di risparmio energetico. Tracce GPX e moltissimi dati raccolti come le pressioni diverse delle due ruote per capire il rollio, l’analisi punto per punto del circuito per definire esattamente dove e quale rapporto utilizzare, l’ottimizzazione dei cambi e, soprattutto, le traiettorie da tenere al millimetro durante ogni giro. I dati sono arrivati come ci aspettavamo e sono molto importanti: a parità di watt è aumentata la velocità ed è diminuito il battito cardiaco. Il primo test era stato in laboratorio; questo era il primo svolto in pista. Possiamo dire di aver fatto centro, dandoci ulteriore energia ed entusiasmo per centrare l’ambizioso obiettivo. Domani il test più importante: otto ore consecutive, già condivise e pianificate oggi pomeriggio con tutta la squadra di ragazzi e ragazze che mi affiancheranno. Dalle 10 alle 18, otto ore dove ho pianificato cadenze, rapporti, velocità, soste, alimentazione e ogni altro dettaglio, per arrivare il più pronto possibile al record di sabato 12 settembre, con partenza alle ore 18, dove, VI ASPETTIAMO. “L’impossibile non esiste. È solo ciò che non abbiamo ancora sistematizzato.” Sempre, un chilometro alla volta.
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Ci sono sessioni di allenamento che servono a capire dove sei. Lunedì e martedì, due giornate vissute ad Arese, sono servite a capire qualcosa di più preciso: se il sistema funziona. Quasi 190 chilometri percorsi per capire che la risposta è: SI, con un dettaglio che non mi aspettavo. Il test di martedì 18 agosto era strutturato su 4 ore consecutive sul circuito de “La Pista” di Arese, lo stesso circuito dove il 12 e 13 settembre dalle ore 18, tenterò di eguagliare i 602,990 km di Palma de Mallorca, ma questa volta su strada aperta, con vento variabile e saliscendi reale, con un dislivello totale di circa 1.800 metri. Quattro ore per misurare la “macchina Andrea”, calibrare il sistema e capire nell’insieme, dove siamo. I dati dicono questo: 126,74 km in 4 ore, con zero soste ed una proiezione sulle 24 ore, che ci fa sognare l’impossibile. Ma il numero che mi ha fermato è un altro. A Palma de Mallorca, il 7 giugno 2025, ho percorso i primi 100 km in 3 ore e 36 minuti. Martedì mattina ad Arese gli stessi 100 km li ho percorsi in 3 ore e 13 minuti, ben 23 minuti più veloce, su un circuito più difficile, con vento variabile, su asfalto aperto. Questo non è un caso, è il risultato che il sistema che funziona. Il lavoro del team. Quello che non si vede nei dati, e che invece è il contributo più importante di questi due giorni, è il lavoro di tutta la squadra. Zero soste in 4 ore significa una cosa concreta: ogni passaggio in cui avrei dovuto rallentare per idratarmi, alimentarmi, ricevere informazioni, è stato gestito dai ragazzi di “Oltre l’Impossibile”, il progetto che negli ultimi anni mi ha visto con loro In Islanda, Cambogia e Norvegia. Loro, mentre io continuavo a pedalare, concentrato sugli aspetti a me strettamente legati, si occupavano delle borracce, sempre pulite e asciugate prima del passaggio, gel, barrette, ecc. Ogni dettaglio pensato in anticipo, tutto scritto su di una tabella, non improvvisato nel momento. Questo per me, è ingegneria della performance. Quando un atleta non deve pensare alla logistica, quando sa che la borraccia arriverà nel momento giusto, che il cibo è pronto, che il team ha già anticipato il bisogno prima che diventasse un problema, libera una quantità enorme di energia cognitiva. Quella energia resta così disponibile per la cosa che conta: pedalare, gestire il ritmo, rimanere nel canale del Flow per ore consecutive. Questi giovani in questi due giorni hanno dimostrato qualcosa che insegno nelle aziende e nelle scuole: quando ogni membro del team esegue esattamente il proprio compito, e lo fa con precisione, cura ed il sorriso, il sistema produce risultati che nessun individuo potrebbe raggiungere da solo. Cosa abbiamo imparato. Oltre ai dati di performance, questi due giorni hanno prodotto una lista precisa di ottimizzazioni da implementare prima di settembre: la bici di backup da avere sempre pronta, la gestione della pressione dei tubolari sulle 24 ore, la valutazione di montare una corona da 54, il sistema di comunicazione con auricolare durante il record, il prossimo appuntamento dal meccanico per un checkup completo. Questo, non è un elenco di problemi, ma ottimizzazioni. I problemi si scopriranno il giorno del record, ma gli aggiustamenti si fanno prima. Il prossimo test è mercoledì 26 agosto: 8 ore consecutive, anche questo con l’obiettivo ambizioso di fare zero soste, con cibo solido integrato nel protocollo. Ogni sessione migliora su quella precedente. Il record di settembre si costruisce adesso, un giro alla volta. “L’impossibile non esiste. È solo ciò che non abbiamo ancora sistematizzato.” Sempre, un chilometro alla volta.
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C’è un momento in cui una sfida smette di esistere solo nella testa di chi la pensa e inizia a prendere forma. Per me, quel momento è arrivato ieri pomeriggio, nello spazio de “Il Centro” di Arese, davanti a curiosi, appassionati, partner e amici che hanno ascoltato, fatto domande, e qualcuno, lo ammetto, non ci credeva. Ho presentato ufficialmente il terzo grande progetto del 2026: il tentativo di 10 nuovi Guinness World Records e 10 record mondiali paralimpici sulle 24 ore, in outdoor. Un’impresa che si svolgerà il 12 e 13 settembre 2026 su “La Pista” dell’Autodromo di Arese, dalle ore 17:00 di sabato alle ore 17:00 di domenica. Non è una coincidenza che questa sfida si svolga ad Arese. La direzione de “Il Centro”, uno dei centri commerciali più importanti d’Italia e d’Europa, gestore del circuito dove si svolgeranno le 24 ore, ha voluto abbinare i 10 record al proprio decimo compleanno. Un’intuizione che trasforma un evento atletico in qualcosa di più grande: la celebrazione di due storie che crescono insieme, quella di un centro che continua a crescere e quella di un atleta che non smette di ridefinire i propri limiti. Il circuito di Arese ha caratteristiche uniche per questo tipo di impresa: circa tre minuti per giro, un saliscendi leggero di circa 4 metri, che rende lo sforzo più reale rispetto a una pista piatta, con soli due cambi di direzione per giro. Ho già completato tre test ufficiali. Chi mi conosce sa che questa non è la prima volta. Il 7 e 8 giugno 2025, a Palma de Mallorca, ho stabilito 10 Guinness World Records su velodromo coperto con scatto fisso, percorrendo 602,990 km in 24 ore. Un risultato che aveva fatto il giro del mondo, non essendoci mai stato nessuna atleta paralimpico ed aver accettato tale sfida. Ma ora, ad Arese, è un’altra storia! Strada aperta, vento, temperatura variabile dal caldo del pomeriggio al freddo della notte, saliscendi reale. Eguagliare quei 602,990 km su asfalto non è un pareggio con Palma: è un risultato superiore, perché le condizioni sono incomparabili, ed è questa la sfida che ho deciso di accettare mentre pedalavo sul circuito di Arese il 21 aprile scorso. Una decisione, non presa a tavolino, non in call, ma nel mezzo della fatica. Alla presentazione erano esposte due biciclette, e non è stata una scelta casuale. Presenti, la BMC dei 10 Guinness World Records di Palma de Mallorca, con la quale ho percorso 2.411 giri in 24 ore su quella pista coperta, e la Lombardo che mi accompagnerà lungo i 3.200 km del progetto ‘Alla scoperta dei 4 elementi’, il Tour d’Italia in 35 tappe che partirà il 13 maggio. Quella Lombardo è anche la bici con cui sto completando i test sul circuito di Arese in questi mesi. La bici ufficiale per i record, una crono con geometrie personalizzate e pedivella accorciata di circa 2 cm, costruita su misura per la mia fisiologia dall’Ingegnere Romolo Stanco di TOOT Engeneering, arriverà più avanti, in cui ogni componente sarà un margine di miglioramento già calcolato. Le reazioni del pubblico sono state quelle che mi aspettavo e allo stesso tempo quelle che non smettono mai di sorprendermi. Prima incredulità: come si possono percorrere oltre 600 km in 24 ore? Poi, quando raccontavo dei 10 Guinness World Records già conquistati a Palma, un’incredulità ancora più grande. Ma il momento che porterò con me più a lungo è stato un incontro in particolare. Un ragazzo, amputato alla gamba destra come me, mi si è avvicinato titubante, quasi volesse fare una domanda ma non trovasse le parole. Poi le ha trovate, ne è nato un lungo discorso ed alla fine se ne è andato con qualcosa di diverso da come era arrivato: il coraggio e lo stimolo per iniziare. Nulla di tutto questo sarebbe possibile senza chi sceglie di crederci. Un ringraziamento sincero va a tutte le aziende e gli amici che supportano anche questa sfida: chi fornisce tecnologia, chi crede nel messaggio, chi lavora nell’ombra perché tutto funzioni. Il team che mi accompagnerà il 12 e 13 settembre è quello che conosce ogni mio respiro in gara, oltre a tante altre persone che anno dopo anno si avvicinano alle mie avventure ed imprese. Mancano 139 giorni al via. Mancano ancora circa 10.000 km di preparazione. Mancano 3.200 km del Tour d’Italia da completare, ed una bici da crono da collaudare. I sistemi si costruiscono giorno dopo giorno, pedalata dopo pedalata ed il 12 settembre alle 17:00, farò la prima pedalata sul circuito di Arese, dando il via ad un viaggio di 24 ore che non dimenticherò, con la speranza di avere al mio fianco più appassionati possibile.
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Continua la preparazione per i traguardi di questo 2026. Al mio fianco, o meglio, addosso, la nuova arrivata: la maglia intima OUTWET, e posso garantirvi che è spettacolare. Anche quest’anno OUTWET è al mio fianco con maglieria intima e abbigliamento personalizzato. Una partnership che dura dal 2022, iniziata durante l’avventura in Islanda e che oggi si rinnova con ancora più forza. Ricevere la conferma anno dopo anno dalle aziende che mi seguono è motivo di grande gioia, orgoglio e conferma di tutto ciò che facciamo, perché nella maggior parte delle volte, il nostro lavoro va OLTRE l’impresa sportiva, entrando nel cuore delle persone. OUTWET questo lo ha capito fin dal primo giorno. Quest’anno OUTWET mi accompagna con due soluzioni tecniche pensate per ogni condizione: BASE LST – La protezione termica perfetta Maglia lupetto a maniche lunghe in polipropilene Dryarn® che unisce isolamento termico eccellente e gestione dell’umidità superiore. Il filato Dryarn® (94% polipropilene, 6% elastan) veicola il sudore verso l’esterno lasciando la pelle asciutta anche durante sforzi prolungati. Quando pedali per ore, quando il freddo ti entra nelle ossa, questa maglia fa la differenza tra sofferenza e prestazione. Traspirante, comoda, protettiva, per climi freddi e allenamenti invernali intensi. BASE SS – L’equilibrio per la mezza stagione Maglia a maniche corte con inserti a rete posizionati strategicamente nei punti dove il corpo suda di più. Leggera ma efficace, mantiene l’equilibrio igrometrico perfetto grazie al polipropilene Dryarn® che controlla il flusso di vapore acqueo. Per quelle giornate dove il freddo non c’è più ma il caldo non è ancora arrivato, quando la temperatura cambia tra mattina e pomeriggio. L’alleato perfetto per allenamenti primaverili e autunnali. Entrambi i capi sono certificati Oeko-Tex®, quindi completamente sicuri per l’uomo e per l’ambiente. Materiali ipoallergenici, antibatterici, con cuciture ridotte al minimo per massimizzare il comfort durante ore e ore in sella. Perché quando pedali 200, 300, 400 chilometri, ogni dettaglio conta. Anche quello che non si vede. Successivamente arriverà anche l’abbigliamento personalizzato che al momento è in fase di definizione posizione loghi. Ma questa è un’altra storia che racconteremo presto. Grazie OUTWET per la fiducia rinnovata. Grazie per aver capito che le sfide si vincono insieme.
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C’è un momento, nella preparazione di una grande impresa, in cui capisci che ogni millimetro conta. Ogni grado di inclinazione. Ogni grammo di peso. Ogni centimetro di posizione. Quel momento, per me, così, quasi all’improvviso come un sogno, è arrivato martedì scorso, all’interno del laboratorio dove nascono i campioni. Sono entrato nel quartier generale di TOOT Engineering a Montichiari, dove Romolo Stanco, architetto, ingegnere, visionario, applica al ciclismo lo stesso approccio che ha fatto vincere gare in Formula 1 e portato atleti ai Mondiali e alle Olimpiadi. Romolo non progetta biciclette! Progetta ciclisti! La sua filosofia è chiara: “Non abbiamo progettato una nuova bici, abbiamo progettato l’atleta”. Quando arrivi davanti a lui, capisci che non sono parole di marketing, ma un approccio radicale che ha portato TOOT Engineering a vincere due volte il premio come Best Bike al NAHBS, a far conquistare 7 titoli continentali e 3 campionati del mondo a squadre. Quando l’asticella si alza, i dettagli diventano tutto ed a seguito dei 10 Guinness World Records del 2025, con la squadra abbiamo deciso di alzare ancora l’asticella. Insieme a Romolo e al suo team, abbiamo lavorato sulla posizione dell’invasatura in carbonio del moncone, un punto di contatto tra me e la bici importantissimo, dove si scarica gran parte della potenza, e dove ogni grado di inclinazione sbagliato si trasforma in dispersione di energia. TOOT Engineering lavora con tecnologie aerospaziali. Usano il digital twin system: creano un modello digitale del ciclista in azione, lo testano nel simulatore Horai® e nella galleria del vento virtuale Aeromotion®. Ogni variazione di posizione viene analizzata in tempo reale: potenza, cadenza, velocità, area frontale, CdA. Come dice Romolo: “Quando il risultato sembra perfetto, certamente si può migliorare ancora.” Quello che mi ha colpito è l’approccio motorsport che Romolo porta nel ciclismo. Lavora con gli stessi partner che costruiscono componenti per Formula 1: leghe di alluminio aerospaziale prodotto da APWORKS, stampa 3D parametrica, test di carico con le macchine Litem-Life Testing, collaborazione con l’Università di Pavia. Le bici TOOT, sono soluzioni personalizzate costruite intorno all’atleta. Atleti come Letizia Paternoster, Chiara Consonni e Benjamin Thomas hanno corso e vinto con le sue bici. Il team argentino ha usato la rivoluzionaria X23 Swanigami alle Olimpiadi di Parigi 2024. I grandi risultati non nascono dai gesti eclatanti ma da dettagli a volte invisibili. Ore passate a studiare un’inclinazione di un solo grado. Dall’ossessione per il millimetro. Dalla convinzione che si può sempre fare meglio. Grazie Romolo Stanco. Grazie TOOT Engineering.
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