
Tappa 2 | Col di Nava – Canelli
15 Maggio 2026Venerdì 15 maggio 2026
La città di Alba si sveglia con il sole.
Nella piazza della principale, il sindaco Alberto Gatto e l’assessore allo sport Davide Tibaldi sono li ad aspettarci per il saluto di partenza.
Oramai è diventato un rituale di questo Tour e ogni volta che un’amministrazione si ferma a salutare, a stringere la mano, a augurare buon viaggio, sento che quello che stiamo facendo sta toccando qualcosa di reale nelle comunità che attraversiamo. Non siamo ospiti di passaggio, ma parte, anche solo per qualche ora, di questi luoghi.
Si parte!!!
La strada verso Carmagnola scorre via con il ritmo che comincio a riconoscere, per esperienza, quello del terzo, quando il corpo non è più nella sorpresa del primo impatto ma non è ancora entrato nella piena abitudine.
È nella fase di transizione, lo sento, lo godo.
Una leggera stanchezza che si affaccia quasi arrivati alla Basilica di Superga, discreta, come per ricordarmi che questo Tour non è uno sprint, ma un progetto lungo, costruito giorno per giorno, chilometro per chilometro.
Eppure sento anche qualcos’altro, di bello, che la forma cresce.
È una sensazione precisa, riconoscibile per chi si allena da anni: il corpo che inizia ad adattarsi, a trovare la sua economia, a gestire lo sforzo in modo sempre più efficiente. Domani sarà la quarta giornata consecutiva in sella, e penso possa essere quella in cui il fisico, completato il primo ciclo di adattamento, inizia a rispondere in modo diverso. Fluido. Potente.
Ma il momento che porterò dentro più a lungo arriva nel pomeriggio, quando raggiungo la Basilica di Superga.
Chi conosce la storia del calcio italiano sa cosa significa Superga. Chi conosce la storia del ciclismo sa cosa significa pedalare su quella collina. Io oggi l’ho salita con il peso di entrambe le storie sulle spalle e l’ho salita con la consapevolezza di essere parte, in modo infinitamente piccolo ma reale, di qualcosa che continua a costruirsi.
Don Paolo e la sua collaboratrice Francesca mi accolgono con una semplicità che scalda il cuore. La benedizione che ricevo lì, su quella collina che guarda Torino, è uno di quei momenti in cui il silenzio parla più delle parole.
Mi fermo a contemplare la pianura, mentre prendo un grande respiro, che mi aiuta ad immortalare ancor di più il momento che sto vivendo.
Guardo la pianura che si stende verso nord, pensando a quei 3.000 km che mi aspettano, sentendomi comunque tranquillo.
La discesa verso il Motovelodromo porta con sé un’altra accoglienza.
Nicoletta Savoia è lì ad aspettarci, con la gentilezza precisa di chi sa che un ciclista dopo ottanta chilometri ha bisogno di essere accolto, non solo salutato.
Per la prima volta ho l’opportunità di girare per un quarto d’ora sul velodromo ed era inevitabile che si risvegliassero recenti ricordi dei 10 Guinness World Records dello scorso anno sul velodromo di Palma de Maiorca.
La conferenza serale si tiene all’Oratorio dei Salesiani. Di fronte a me, i ragazzi dell’oratorio. Un pubblico diverso da quello delle sere precedenti, molto più giovane, più diretto, con gli occhi aperti di chi ascolta senza filtri. Serate che i ragazzi riescono a rendere più intense, non perché siano le più grandi, ma perché in quelle sale sento che quello che dico può davvero cambiare qualcosa.
Una domanda, uno sguardo, una silenziosa presa di coscienza, che vale tutta la fatica.
Tre giorni. Tre conferenze. Tre comunità diverse.
È questo il privilegio del Tour: non un messaggio unico lanciato nel vuoto, ma una conversazione che si rinnova ogni sera, in ogni sala, con ogni pubblico.
La quarta tappa aspetta e tra poche ore, sarò a Venaria Reale, il Santuario di Oropa e le colline biellesi.
Luoghi magnifici ci attendono. Come ogni altra giornata, da vivere, sempre, un chilometro alla volta.












